Luoghi in bilico. di P. Giardiello

13 Ottobre, 2005

Esistono cose, eventi o luoghi che sfuggono alla prevaricante volontà dell’uomo di definirli e di classificarli. Rispetto all’infantile tentativo di trovare precise categorie in cui far ricadere il mondo sensibile, la natura spesso si prende gioco della limitatezza del sapere umano ponendolo di fronte a situazioni che mettono in crisi l’intera impostazione delle sue logiche. Proprio sull’imprevedibilità dei fenomeni naturali è utile conservare tra i ricordi adolescenziali, l’immagine di un simpatico animaletto – l’ornitorinco[1] – che, per com’è strutturato, sfugge alle grandi suddivisioni del genere animale, ponendosi come ipotetico anello di congiunzione di più famiglie, infrangendo le certezze di coloro che reputano di avere ben ordinato e suddiviso l’intera arca di Noé.
Analogamente in architettura la storia, la critica e lo stesso pensiero progettuale talvolta creano ampi, quanto vaghi, campi e ambiti disciplinari in cui fare ricadere aspetti o atteggiamenti del fare che rischiano, alla lunga, di mostrare, non senza un certo stupore, l’inconsistenza della scelta e dell’impostazione di partenza.
Ne è un esempio la presunta dualità tra le categorie dell’esterno e dell’interno che caratterizzano il dibattito architettonico ciclicamente e che, rispetto alle soluzioni suggerite dalle ricerche contemporanee, appaiono sempre più labili e prive di contenuto.
Da un punto di vista morfologico e dimensionale infatti è innegabile che la delimitazione di uno spazio circoscritto da un margine solido – da un muro – crea, in un luogo precedentemente continuo ed indiviso, una definitiva frattura che dà origine ad un dentro ed un fuori, ad un luogo più protetto e controllabile, che viene chiamato interno, distinto dal continum che lo circonda che diviene, appunto, l’esterno. Tuttavia, pur rimanendo ancora nell’ambito delle tecnologie più arcaiche, non ricorrendo quindi a stratagemmi strutturali offerti dalle impalpabili tecniche contemporanee, si può notare come siano le stesse aspettative dell’uomo, rispetto a tali spazi, a far sì che essi possano essere caricati di valenze e significati in grado di mettere in discussione anche la più ovvia delle classificazioni.
L’interno in architettura non è infatti solo un “luogo”, non è un ambito geograficamente posizionato chiuso e limitato, è piuttosto uno spazio dell’essere in cui ritrovare principi di protezione e intimità distinti dai meno controllabili sensi della natura circostante. L’interno è un luogo culturalmente riconoscibile e identificabile, frutto della capacità di astrazione e trasformazione dell’essere umano che è in grado di controllare la “natura” esterna attraverso la sublimazione dei suoi contenuti, filtrati dalla propria conoscenza. Uno spazio può dirsi interno non quando sia effettivamente chiuso o perimetrato, protetto o appartato, bensì quando in esso si possano riconoscere potenzialità e significati capaci di ispirare, in colui che lo abita, i sensi di riparo, privatizzazione e protezione. Da questo punto di vista un interno non è necessariamente “dentro” l’architettura, ma è certamente un rifugio, una parte di natura addomesticata in cui l’uomo è in grado di riconoscersi.
In architettura è quindi possibile parlare di “interiorità” e non solamente di “internità”, termine questo che, come si è detto, in realtà definisce semplicemente la fisicità di un luogo. “Interiorità” invece, oltre a sottendere tutto quanto è pertinente all’interno di un ambito spazialmente circoscritto, si riferisce anche a ciò che lo individua idealmente, con diretto riferimento allo spirito e alla conoscenza del singolo individuo, alla sua memoria, alla sua cultura.
E’ riduttivo pertanto parlare della qualità dello spazio architettonico – del suo “carattere” – riferendosi esclusivamente alla sua morfologia e alla disposizione dei margini fisici che lo definiscono. Può accadere che situazioni spaziali prive di una vera e propria perimetrazione tangibile riescano a suggerire principi dell’abitare e dell’insediarsi del tutto assimilabili a quelli di un interno matericamente definito.
Il solo tetto, giusto per fare un esempio, il piano di copertura, riassume potenzialità tali che talvolta può condizionare, esclusivamente con la sua presenza, i “sensi” dell’abitare, riuscendoli a suggerire, su un piano puramente percettivo, anche in assenza del margine, dell’elemento perimetrale di chiusura. Una copertura, una pensilina, uno sbalzo o anche solo una tettoia infatti, senza altri elementi compositivi, possono arrivare a descrivere un luogo, con un proprio carattere individuale, nella continuità dello spazio naturale: “il tetto dichiara immediatamente la sua ragion d’essere: esso mette al coperto l’uomo che teme la pioggia o il sole”
[2]. Esso ispira cioè un senso di protezione in un modo così netto che il territorio posto al di sotto di tale elemento costruttivo risulta distinto dall’intorno pur se privo cioè di un muro che lo cinge.
Per la cultura contemporanea quindi, sensibile alle contaminazioni e alla compresenza di stimoli provenienti da territori del pensiero diversi, risultano senza dubbio più affascinanti e degni di interesse quei luoghi di confine, quelle situazioni spaziali in cui il dubbio e la flessibilità dominano rispetto alla banale e ripetitiva certezza di situazioni standardizzate. Un elogio di tali luoghi che vivono della dualità tra interno ed esterno, senza essere ancora né l’uno né l’altro, ma rappresentando tuttavia spazi dalle caratteristiche precise e soprattutto necessari alla vita dell’uomo, è tracciato da un personaggio del recente romanzo
[3] di Alessandro Baricco, da tal prof. Baldini che dichiara, in una lezione, il suo interesse per le verande, per i porch, quegli spazi cioè antistanti l’ingresso delle case coloniali tradizionali: “L’anomalia del porch è evidentemente quella di essere, al contempo, un luogo dentro e un luogo fuori. In un certo modo esso rappresenta una soglia prolungata, in cui la casa non è più, e tuttavia non si è ancora estinta nella minaccia del fuori. E’ una zona franca in cui l’idea di luogo protetto, che ogni casa sta lì a realizzare, si sporge oltre la propria definizione, e si ripropone, quasi indifesa, come per una postuma resistenza alle pretese dell’aperto. In questo senso esso sembrerebbe luogo debole per eccellenza, mondo in bilico, idea in esilio. E non è escluso che proprio questa identità debole concorra al suo fascino, essendo incline, l’uomo, ad amare i luoghi che sembrano incarnare la propria precarietà, il proprio essere creatura allo scoperto, e di confine”. Su tale analisi puramente strutturale e formale però il curioso personaggio inserisce una serie di considerazioni relative al senso di tali spazi quando questi vengono animati dall’uomo: “[…] E’ curioso tuttavia come questo statuto di luogo debole si dissolva non appena il porch cessa di essere inanimato oggetto architettonico e viene abitato dagli uomini”; la presenza dell’uomo e delle sue scelte abitative infatti giustifica tale spazio, anzi ne è la ragione stessa in quanto esso rappresenta il contatto tra l’interno/interno e l’esterno/esterno, è cioè il luogo in cui l’essere umano riesce a controllare la natura da un punto privilegiato, da lui costruito, in cui riesce a sentirsi al sicuro.
Tale digressione trova, per fare un immediato riferimento all’architettura contemporanea, un chiaro riscontro nell’opera di Glenn Murcutt, architetto australiano che, nel reinventare con le sue case lo schema tipologico della residenza coloniale inglese importata nel nuovo continente, sposta la tipica veranda
[4] dal fronte della casa, la svuota dal ruolo di “facciata” destinato a rendere più aulico e maestoso l’ingresso, e la restituisce ad un compito primario che è quello di mediare tra gli spazi al chiuso e quelli all’aperto, proponendo, in luoghi protetti e definiti, “stanze a cielo aperto” (o solamente aperte su un lato ma ancora coperte) in cui potere riproporre i riti dell’abitare domestico ma in un coinvolgimento totale di sensi con la natura circostante[5]. Ricollegandosi in tal modo all’insegnamento della cultura antica della casa a patio che, come nella casa pompeiana ad esempio, suggeriva la possibilità di rappresentare un frammento di natura all’interno di un recinto murario definito.
L’ambiguità del margine, l’impossibilità di definire una linea di confine precisa tra interno ed esterno sembra essere quindi una prerogativa di molta architettura contemporanea, ora attraverso la rilettura di schemi morfologici, ora grazie alla potenzialità del mezzo tecnologico. Ne sono un esempio le recenti ricerche di Peter Eisenman
[6] che, con i suoi ultimi progetti, sembra volere “arare” il terreno, con uno dei gesti più antichi dell’uomo, ricostruendo, tra le zolle mosse, ipotesi di spazi e anfratti, ambiti chiusi e aperti, in una continuità di sensi e contenuti, pur realizzando internità ed esternità legate alle necessità funzionali. Ugualmente il dinamismo delle proposte di Zaha Hadid proietta in una nuova dimensione spaziale i luoghi da abitare, coinvolti in un unicum espressivo e separati da impercettibili margini trasparenti. Trasparenza che poi risulta essere il motivo conduttore di molte architetture che, alterando il senso antico dei pesi della struttura storica, chiudono in scatole di vetro dai labili confini, organi interni solidi e informi che sembrano galleggiare, sospesi in nature liquide, come nelle ultime proposte di Massimiliano Fuksas.
Da questo punto di vista quindi è necessario rinnovare il significato di tali termini, liberarli dal modo comune di intenderli adeguandone i contenuti, avvicinandoli all’uomo e al modo in cui esso riesce a percepirli. Si scoprirà quindi l’interesse per tutto ciò che è figlio di esperienze non definitive, che riesce a porsi in bilico tra i due estremi, che prolunga sensazioni e inventa nuove modalità dell’abitare.
Questo, che potremo definire “elogio dell’ornitorinco”, rappresenta certamente una caratteristica ricorrente del progetto contemporaneo; tale strada risulta essere una possibilità di salvezza per tutto ciò che non soddisfa direttamente alcun canone di perfezione estetica ma che riesce ugualmente a suggerire possibili strategie per una vita coerente con il mondo che ci circonda.

[1] Cfr. U. Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano 1997.
[2] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Bari 1975, p. 45.
[3] A. Baricco, City, Milano 1999.
[4] F. Fromonot, Glenn Murcutt, opere e progetti, Milano 1995, p. 26.
[5] Cfr. P. Giardiello, Macchine da abitare, architetture domestiche di Glenn Murcutt, in N. Flora, P. Giardiello, G. Postiglione, Glenn Murcutt, disegni per otto case, Napoli 1999.
[6] Cfr. F. Dal Co, P. Eisenman, dalla casa del fascio al monumento all’olocausto, in «Casabella», 675, 2000.


La casa di un romano. di P. Giardiello

13 Ottobre, 2005



Avevo lasciato da poco alle mie spalle il foro con le voci della sua folla, con il suo odore di sudore e polvere. Sotto lo sguardo attento del Vesuvio[2] borbottante mi avviavo lentamente verso casa ascoltando il rumore dei miei passi sulle pietre levigate del marciapiede. Facendo attenzione a non inciampare leggevo le scritte elettorali sulle pareti[3], sorridendo per alcuni appellativi dati a personaggi di dubbia moralità di mia conoscenza.
Sarà stata l’ora calda eppure le strade mi sembravano stranamente vuote. I portoni delle case erano per lo più chiusi contrariamente alla consuetudine
[4]. La bellezza di questa città sta proprio nella possibilità di penetrare con lo sguardo fin dentro il cuore di ogni casa, ad ammirare la messa in scena predisposta dai proprietari. Tale situazione anomala fece si che lentamente venni assalito da una indescrivibile sensazione d’angoscia, una sorta di strano presentimento, che mi portò ad accelerare il passo. Dall’altro lato della strada passarono nella sottile linea d’ombra proiettata dalle case una donna con un bimbo, ma non feci in tempo a riconoscerli. Anche loro sembravano andare più veloci del solito. Dall’interno delle case non si udivano i soliti rumori, i suoni usuali della vita di tutti i giorni[5]. Dalle botteghe non provenivano le voci e gli odori che distinguevano un esercizio commerciale da un altro. L’unico odore che raggiungeva le mie narici era quello, persistente, dei liquami che scorrevano lentamente negli interstizi dei solchi lasciati dai carri, giù nella strada. La luce era molto forte ed il sole mi costringeva a tenere gli occhi serrati. Cominciavo a sudare e, nell’imboccare lo stretto cardine che conduceva a casa mia, mi fermai un attimo alla fontana all’angolo per bagnarmi il capo[6]. Ero tornato da un viaggio che mi aveva tenuto molto tempo lontano da casa, così tanto che non avrei neanche potuto dire quanto, e non volevo presentarmi ai miei cari in quello stato. Il fresco dell’acqua però non riuscì a cancellare il malessere che avevo addosso, legato a qualcosa che non riuscivo a capire.
Tutto mi sembrava uguale al solito, finanche il porto
[7] con la sua confusione e l’intreccio delle mille lingue dei marinai mi aveva restituito il piacere di essere tornato a casa. Entrare dal lato del porto significava arrampicarsi lungo la strada fino a Porta Marina, dove lo sforzo è compensato dal piacere del fresco che si prova durante l’attraversamento del lungo accesso. Questo accesso alla città è il mio preferito, distinto in due percorsi, uno per gli uomini e uno per i carri, coperti da un’unica volta a botte, sembra avvolgere invitante chi entra nelle mura, facendo trascorrere il tempo necessario per abbandonare l’esterno e sentirsi parte della vita che si svolge all’interno. Si, da questo punto di vista, la città intera è come se fosse una grande casa[8], accedervi significa entrare in sintonia con essa.
Mi ero finalmente riposato, rinfrescato grazie all’acqua della fonte, ero più calmo, guardavo l’imponente sagoma del vulcano che spuntava dietro il profilo delle case, forse erano state proprio le chiacchiere ascoltate a bordo sul Vesuvio che mi avevano creato quello stato di tensione. E poi la delusione di non aver trovato nessuno che mi aspettasse sulla banchina mi aveva influenzato negativamente, in fondo ero consapevole che spesso i messaggi viaggiano più lenti delle persone.
Dovevo ora percorrere solo gli ultimi metri, avrei voluto correre fino all’uscio, ma riuscii a dominarmi e mi avviai con passi cadenzati fino all’ingresso. Appoggiai la mano sul legno levigato della grande porta, mi passò in mente che da tempo avrei voluto sostituirla con una più elegante in bronzo
[9] secondo il costume delle famiglie più benestanti, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Stavo per picchiare con le nocche quando, con mio stupore, mi accorsi che l’uscio era appena accostato. Mi ritornarono tutte le preoccupazioni che mi avevano fino ad allora accompagnato e, con un gesto fermo e deciso, spinsi con forza la pesante porta. Mio malgrado dovetti attendere un attimo prima di entrare per consentire agli occhi di abituarsi alla penombra dell’interno. Attraverso le strette fauci sbirciai verso l’atrio, il sole penetrava violentemente dall’impluvio tagliando in due lo spazio della casa. I raggi si riflettevano sull’acqua del compluvio disegnando sotto il tetto improbabili figure multicolori. C’era un silenzio inquietante, si ascoltava solo il ronzio delle mosche che volavano disinvolte tra la luce e l’ombra del patio. Fermo sulla leggera pendenza dell’ingresso aspettavo di percepire un qualsiasi segno di vita all’interno, ma udii solo un ululato di un cane lontano. Mossi i miei passi sul mosaico voluto da mio padre anni addietro, raggiungendo l’atrio. Mi appoggiai alle colonne che sostenevano le travi del tetto, spinsi lo sguardo verso il buio delle stanze aperte lungo il perimetro dello spazio, ma non scorsi nessun movimento. Mi resi conto che nell’aria non aleggiava il solito odore di cavolo e aceto, non riconoscevo il dolce effluvio del miele e del pane[10], sembrava che la casa fosse disabitata. Mi stupii della calma con la quale riuscivo ancora a controllare le mie azioni, decisi di guardare in ogni stanza. La tenda del tablinio era appena scostata, all’interno tutto sembrava al suo posto, dall’apertura verso il peristilio entrava una luce soffusa che disegnava con accuratezza ogni dettaglio della decorazione in bassorilievo delle pareti. I colori ad imitazioni della natura dei marmi risplendevano restituendo un’illusione perfetta. Mi ricordai di quando trasformammo l’orto nel piccolo peristilio con statue e fontane[11], mi opposi fermamente a cambiare le decorazioni di quell’ambiente che evocavano la mia infanzia[12]. Solo negli ambienti nuovi permisi ai decoratori di affrescare secondo la nuova moda, troppo ricca e vivace per i miei gusti[13]. Passai attraverso il vano stretto e lungo che conduceva al peristilio e mi assalì l’odore di alloro[14] proveniente dalle poche piantine che conservavamo in un angolo accanto alla fontana, ultimo traccia del vecchio orto di un tempo. Nei cubicoli i letti sembravano in ordine, così come nelle cucine non c’era il disordine di tutti i giorni.
Mi sedetti affranto sulla panca in marmo lungo il ciglio del giardino e mi fermai a riflettere. Cosa poteva essere accaduto alla mia famiglia? Se fosse successo qualcosa di grave, se avessero dovuto fuggire per qualche ragione improvvisa avrebbero certamente lasciato delle tracce, ci sarebbe stato un disordine tale che avrebbe giustificato una fuga repentina. Invece era tutto in ordine, come se nulla fosse successo, ma anche come se nessuno non avesse mai abitato quella casa, come se qualcuno l’avesse trasformata nel fantasma di se’ stessa. Eppure era casa mia, mi ricordavo perfettamente di tutti i giorni trascorsi tra quelle mura, di tutte le piccole variazioni che nel tempo la nostra casa aveva subito per adeguarsi alle esigenze che man mano, il crescere della famiglia, imponeva. E mi ricordavo ancora perfettamente di quando, una volta divenuto io il padre della famiglia, dovetti prendere la dolorosa decisione di adibire a taverna i due locali sul fronte strada
[15]. Gli affari non andavano bene e l’affitto di quei locali ci aiutò per un po’ a far quadrare il bilancio familiare. Così come la forma ed il colore della fontana che continuava a zampillare, mio malgrado, sulla parete di fondo del peristilio, era stata voluta da me dopo il mio viaggio in Grecia. Da allora da ogni viaggio cominciai a riportare il racconto di un quadro o di una statua vista in oriente che poi facevamo riprodurre dagli artisti più famosi di Roma[16]. E ogni racconto diveniva per la famiglia un avvenimento che dovevo poi ripetere a tutti gli amici e persino nelle riunioni politiche e nelle mattine alle terme.
Ma ora quella casa non mi sembrava più la stessa, senza la vita al suo interno quelle mura apparivano come i freddi margini di un sepolcro. La porta di casa, normalmente sempre aperta ad invitare i clienti all’interno, sembrava ora un limite invalicabile tra la città ancora viva e lo spazio della mia casa senza più anima. Entrare in quello stretto luogo di accesso, passare, investito dalla luce, intorno all’impluvio del patio, raggiungere faticosamente il piccolo peristilio carico di tutte le memorie dei viaggi ha sempre significato entrare nella mia vita, nella vita di un uomo, ora tutto questo, pur nella sua ricchezza di decorazioni e mosaici, appariva inutile se priva delle persone che la abitano.
Venni all’improvviso distolto da un rumore all’esterno, da quanto tempo ero lì a parlare con me stesso? Possibile che non avevo udito neanche un annuncio dell’ora
[17]?
Corsi velocemente verso l’uscio nella speranza di trovare tutti i miei cari fuori che, ridendo, godevano dello scherzo in cui ero caduto. Aprii la porta ed all’esterno trovai un gruppo di persone a me del tutto sconosciute, abbigliate in un modo anomalo, dai caratteri somatici dovevano essere orientali. Mi guardavano incuriositi come se ritenessero inadeguato il mio modo di vestire, la mia tunica. Uno di loro puntò verso di me un oggetto luccicante, lo accostò al proprio occhio e lo strumento emise uno strano rumore, un piccolo “clic”. Tutti risero e uno dietro l’altro compirono lo stesso gesto con strumenti analoghi. Sentii che stavano arrivando altri sconosciuti, chiusi la porta, sbarrandola. Mi rintanai sotto la pergola del triclinio estivo, mi stesi e alzai gli occhi al cielo. Attraverso i tralci di vite intravidi di nuovo la sagoma del Vesuvio, sembrava borbottare più del solito, mi volsi quindi come consuetudine a mezzogiorno e puntai lo sguardo a sinistra in attesa di un segnale, di un presagio. Non vidi nessun uccello attraversare il cielo, né un picchio verde né una cornacchia, non c’erano quindi auspici
[18] positivi, se qualcosa stava per succedere, sicuramente non doveva essere nulla di buono, forse il mio viaggio era stato troppo lungo, forse il tempo era trascorso senza che io sapessi ancora misurarlo.

[2]Indubbiamente il racconto fa riferimento a Pompei. Dagli studi svolti sulla città campana e sul mondo romano derivano le principali informazioni che hanno sostanziato il racconto.
[3]A proposito della propaganda elettorale sulle facciate delle case: «Queste iscrizioni dipinte attestano una vivace vita politica che, tuttavia, rimase concentrata totalmente all’interno della città. […] Oltre alle elezioni, il solo evento pubblico a occupare gli individui erano gli spettacoli gladiatori, ricordati nei graffiti ma anche in semplici pitture».
P. Zanker, Pompei. Società, immagini urbane e forme dell’abitare, Torino 1993, p. 142.
[4]«La casa romana, invece, era un centro di comunicazione sociale e di autorappresentazione dimostrativa. Essa si trovava nel centro della città. Già la sua facciata e il suo ingresso rilevano lo status del proprietario. Di giorno, quando i portoni stavano aperti si poteva guardare in profondità verso l’interno grazie alla sapiente messa in scena degli assi visivi. Se ci si basa sulle case di Pompei, anche nel “ceto medio” regnava una profusione di spazio enorme, almeno per i nostri standard; ma tale profusione, come per l’intero arredo, era al servizio dell’autorappresentazione del padrone di casa».
P. Zanker, op. cit., p. 15.
[5]«Il centro del traffico quotidiano si era spostato dal Foro, distrutto, nelle strade più frequentate (dopo il terremoto del 62 d.C., N.d.A.), soprattutto nella via Stabiana, in via dell’Abbondanza e nella via degli Augustali. Qui ora si affollavano, più di prima, le botteghe e le taverne».
P. Zanker, op. cit., p. 139.
[6]«Sparse per tutta la città, si sono trovate fino ad ora non meno di 40 fontane pubbliche. Forma e dimensione delle fontane sono molto simili ma la realizzazione differisce, in parte, notevolmente nel dettaglio. Ciò vale soprattutto, per i graziosi rilievi delle fontane eseguiti da semplici scalpellini. La maggior parte delle fontane è composta da lastre di pietra lavica, solo poche sono di travertino o di marmo».
P. Zanker, op. cit., p. 132.
[7]«La città, con il suo porto fluviale, serviva da posto di trasbordo naturale per il traffico di merci con l’entroterra sannitico (nel primo secolo a.C., N.d.A.)».
P. Zanker, op. cit., p. 63.
[8]«In quanto palcoscenico e spazio della vita quotidiana, infatti, gli edifici pubblici, le piazze, le strade, i monumenti, così come le case e le necropoli con le rispettive decorazioni figurate, sono nel loro insieme un elemento sostanziale dell’autorealizzazione di chi in quello spazio vive».
P. Zanker, op. cit., p. 7.
[9]«Più tardi i ricchi ebbero porte di bronzo, inizialmente riservate agli edifici religiosi e pubblici. Quanto alla forma, le porte si ispiravano a quelle etrusche, ma dopo il III secolo a.C. incominciarono a diffondersi quelle di tipo greco. Alla fine della Repubblica e sotto l’Impero esse divennero più alte. A causa della loro altezza l’apertura dei due battenti era un’operazione spettacolare, ancora più pomposa quando essi davano verso l’esterno».
A. Dosi, F. Schnell, Spazio e tempo, pp. 45 – 46.
«Plutarco attesta che a Roma le porte delle abitazioni si aprivano verso l’interno, in Grecia, al contrario, verso l’esterno. Una porta che si aprisse verso l’esterno era a Roma considerata un onore e un segno di potere, perché la sua apertura significava occupazione di una porzione di spazio pubblico. Una casa che possedeva una porta del genere era all’origine costruita solo con i fondi pubblici».
A. Dosi, F. Schnell, Spazio … cit., p. 36.

[10]Per le abitudini alimentari dei romani cfr. A. Dosi, F. Schnell, Le abitudini … cit., pp. 14 e sg.
[11]«L’integrazione intenzionale di giardino e paesaggio nell’ambito abitativo è una conseguenza del modo di vivere la natura tipicamente ellenistico».
P. Zanker, op. cit., p. 152.
[12]«Il fatto che nel 79 d.C. la Casa del Fauno, una delle più importanti e delle più centrali nell’intera città, conservasse decorazioni di primo stile di qualità notevole in tutto l’edificio, dimostra che, almeno per alcune delle famiglie più abbienti, questo stile continuasse sino alla fine ad essere la decorazione prescelta ad esibire in modo appropriato al mondo esterno gli antichi sentimenti romani».
A. Laidlaw, Il primo stile, in AA. VV., La pittura di Pompei, Milano 1990, p. 209.
[13]«Il fatto che nel II secolo a. C. le famiglie aristocratiche più ricche e in vista fossero state all’avanguardia nella ricezione della cultura greca ebbe conseguenze enormi sulla forza coercitiva dell’imitazione, insita in una situazione di concorrenza. Per questo alla fase di scelta intenzionale seguirono chiaramente “programmi decorativi” rapidamente standardizzati, che si adeguavano facilmente le possibilità finanziarie del committente di turno».
P. Zanker, op. cit., p. 156.
[14]«Si è già detto che i romani facevano fin dall’origine un grande uso dell’aglio e della cipolla, ma utilizzavano anche numerose varietà di bacche(ginepro, mirto, ecc.), l’alloro, la cipolletta, il porro e altre erbe aromatiche».
A. Dosi, F. Schnell, Le abitudini … cit., p. 21.
[15]«Le abitazioni più ricche si trovavano nelle più importanti strade commerciali. Le famiglie ricche sfruttavano questa posizione e palesemente, già all’inizio del II secolo a.C., avevano attribuito importanza al fatto che negli edifici nuovi fossero progettati spazi commerciali sul lato prospiciente la strada. [...] Questi negozi erano gestiti dalla clientela delle famiglie ricche, per lo più saranno stati schiavi o liberti».
P. Zanker, op. cit., p. 50.
[16]«La differenza tra originale e copia non doveva essere sentita dagli antichi in maniera così netta come lo è oggi nel mondo occidentale, dove un vero e proprio culto dell’originalità è associato a quello della personalità irripetibile dell’artista».
U. Pappalardo, Il terzo stile, in AA. VV., La pittura … cit., p. 221.
[17]«Il cittadino comune non sapeva leggere l’ora e la chiedeva: “Hora quota est?”. L’ora doveva dunque essere annunciata. Nei primi tempi della Repubblica era proclamata a gran voce l’ora del mezzogiorno, quando si vedeva il sole raggiungere lo spazio situato tra i Rostri e la Graecostasis (luogo dove venivano ricevuti gli ambasciatori stranieri). L’annuncio dell’ora aveva una importanza particolare per la convocazione dei comizi e le udienze al tribunale. [...] Il grido pubblico dell’ora era l’equivalente del rintocco delle campane o dell’urlo della sirena di oggi».
A. Dosi, F. Schnell, Spazio … cit., p. 70.
[18]«I Romani interpretavano i segni (omina) inviati in uno spazio preciso. [...] Portatori di presagi per eccellenza erano gli uccelli [...]». Cfr. a tale proposito A. Dosi, F. Schnell, Spazio … cit., p. 97.